

Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri
Stefano Feltri
Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori.
Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità.
Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni
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Episodes
Mentioned books

Mar 31, 2026 • 57min
La guerra asimmetrica dell’Iran e il caos degli Stati Uniti
L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
L’Iran perde, ma può far pagare a tutti il prezzo della sua sconfittaTeheran non sembra avere le risorse per uscire rafforzata da questa guerra: arriva allo scontro già economicamente esausta e non può sostenere a lungo un conflitto aperto. Può però rendere tutto più costoso e più instabile, a partire da Hormuz, e se evita il collasso la conclusione più probabile è che cercherà ancora di più una garanzia estrema di sopravvivenza.
La guerra è asimmetrica perché il caos americano conta quanto la debolezza iranianaL’asimmetria non è solo militare. L’Iran usa con una certa razionalità politica le poche leve che ha, mentre gli Stati Uniti appaiono guidati da decisioni arbitrarie, messaggi contraddittori e istituzioni incapaci di imporre un ordine. Il problema non è fidarsi o no di Trump, ma il fatto che non esista più un centro decisionale americano stabile.
L’Europa si smarca da Washington, ma resta divisaDiversi alleati europei prendono le distanze dal conflitto e mostrano di non voler seguire automaticamente gli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la nascita di una vera strategia comune: prevalgono ambiguità, distinguo nazionali e reazioni incoerenti. Anche quando Bruxelles prova a parlare a nome di tutti, spesso finisce per rappresentare soltanto se stessa.
Negli Stati Uniti cresce il dissenso, ma non si vede ancora un’alternativaLe proteste aumentano e il consenso di Trump si indebolisce, ma non abbastanza da far pensare a una correzione del sistema. Il dato più inquietante è che una parte molto ampia dell’elettorato continua a sostenerlo nonostante tutto. E dall’altra parte manca ancora una forza politica capace di trasformare il malcontento in una vera opposizione di governo.
Israele allarga il conflitto e aumenta il rischio di collasso regionaleMentre l’attenzione si concentra su Iran e Hormuz, Israele continua a muoversi anche in Libano e in Cisgiordania, aprendo altri fronti e aggravando tensioni già fuori controllo. Il rischio non è solo militare, ma politico e istituzionale: l’intera regione viene spinta verso un disordine più profondo, senza che emerga un argine credibile.
La crisi non riguarda solo il Medio Oriente: coinvolge anche Asia meridionale e TaiwanIl conflitto si inserisce in un sistema di rivalità sempre più intrecciato, che va ben oltre il Medio Oriente. Pakistan, Afghanistan, India, paesi del Golfo e Cina si muovono già dentro questo nuovo quadro. Anche Taiwan osserva il disimpegno americano e comincia a interrogarsi su cosa significhi restare esposta mentre Washington sposta altrove uomini, mezzi e attenzione.
Per capire questa fase bisogna allargare lo sguardoSeguire solo la cronaca immediata non basta più, perché ogni crisi si collega a un’altra e nessun teatro resta davvero separato dagli altri. L’illusione di poter isolare i conflitti è finita. Per orientarsi bisogna guardare insieme energia, equilibri regionali, crisi istituzionali e rapporti di forza globali.
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Mar 30, 2026 • 43min
Appunti di libri - Mio zio Donald Trump è un nichilista - con Mary L. Trump
Donald non crede nell’eredità, perché non crede che qualcosa possa o debba sopravvivergli. Non gli importa. È un nichilista. E questo lo rende pericoloso per molte ragioni. Ma lo rende pericoloso anche perché pensa di essere l’unica cosa davvero importante nell’universo. Se pensa di stare andando giù, cercherà di trascinare giù tutti noi con lui
Mary L. Trump
Il libro di cui parliamo, uscito da poco per UTET, si intitola Sempre troppo e mai abbastanza. È un titolo che spiegheremo meglio più avanti, ma è soprattutto un libro scritto da Mary L. Trump e dedicato a quello che viene definito l’uomo più pericoloso del mondo.
Lo ha scritto Mary L. Trump, che non è solo omonima di Donald J. Trump: è la nipote
Mary L. Trump è figlia di Fred Trump Jr. enipote di Donald Trump. Psicologa clinica, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Derner Institute of Advanced Psychological Studies dell’Adelphi University di New York. Tiene la seguitissima newsletter The Good in Us ed è conduttrice del Mary Trump Show su YouTube. Sempre troppo e mai abbastanza, il libro di cui Donald Trump ha cercato in tutti i modi di bloccare la pubblicazione, è stato un clamoroso caso editoriale negli Stati Uniti, al primo posto nella classifica dei bestseller e tradotto in oltre dieci paesi nel mondo.
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Mar 27, 2026 • 1h 24min
Un mondo è finito - con Manlio Graziano
Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, avevano bisogno di organizzare un sistema che impedisse ai veri potenziali concorrenti — Europa e Giappone — di diventare troppo autonomi. La divisione del mondo in blocchi serviva anche a quello. L’Unione Sovietica non è mai stata un vero contropotere paragonabile agli Stati Uniti. Era un nemico utile, anche narrativamente. E il racconto della minaccia sovietica servì moltissimo a consolidare l’ordine americano. Oggi non ci sono più quelle condizioni
Manlio Graziano
Quella che trovate qui è la versione editata di una conversazione con Manlio Graziano, direttore dello Spykman Center, firma di Appunti e del Corriere della Sera – La Lettura, registrata al Casinò di Sanremo il 17 marzo in occasione della presentazione del suo libro per Mondadori Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze. Un ragionamento su guerra, declino dell’ordine internazionale e crisi dell’Occidente.
Si ringrazia per l’organizzazione Non dimenticare di ringraziare Marzia Taruffi, responsabile dell’ufficio stampa e cultura del Casinò di Sanremo, che ci ha fornito la registrazione dell’evento.
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Mar 24, 2026 • 60min
La guerra economica di Hormuz e il nuovo mondo della forza
L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
Trump non è una guida, è il segno del caosTrump può fermare o rilanciare la guerra quando vuole, ma proprio questa arbitrarietà mostra che negli Stati Uniti non funzionano più i vecchi contrappesi. Il problema non è fidarsi o no di lui: è che non esiste più un centro decisionale americano stabile.
L’Iran può solo rendere la guerra più costosaTeheran non ha la forza per vincere uno scontro diretto, ma può alzare il prezzo del conflitto per tutti. La minaccia su Hormuz va letta così: una mossa estrema di un paese in difficoltà che prova a impedire una chiusura rapida della guerra.
L’ordine internazionale di prima non c’è piùLa crisi conferma che il sistema di regole degli ultimi decenni è saltato. Non era perfetto, ma offriva un quadro di riferimento; oggi invece anche gli alleati degli Stati Uniti cercano nuovi equilibri senza sapere davvero dove trovarli.
India, Golfo e Cina si adattano a un mondo più instabileL’India continua a praticare il multiallineamento, ma nelle fasi di caos è sempre più difficile restare amici di tutti. Anche i paesi del Golfo capiscono che le basi americane non sono solo una protezione, mentre la Cina non sembra ancora capace di sostituire Washington.
L’Europa non ha ancora una strategia comunePer Maglio Graziano, l’attivismo di Macron non rafforza l’Europa ma ne mostra il limite: senza un interesse strategico comune non esiste una vera politica estera europea. Il problema non è il formato delle riunioni, ma l’assenza di una linea condivisa.
La stabilità di Meloni contava più dell’Italia in séAll’estero il referendum viene letto soprattutto come possibile fine di una delle poche esperienze di stabilità politica in Europa. Ma senza un’alternativa credibile, l’indebolimento di Meloni rischia di pesare più sulla posizione internazionale dell’Italia che sugli equilibri interni.
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Mar 10, 2026 • 57min
Quanto può durare la guerra in Iran?
L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
Una guerra senza obiettivo chiaroDonald Trump entra nella guerra contro l’Iran senza definire con precisione quale risultato politico voglia ottenere: contenimento, negoziato o cambio di regime. In queste condizioni la vittoria diventa soprattutto una questione di narrazione: per Washington conta poter dichiarare di aver ristabilito la deterrenza, mentre Teheran punta soprattutto a impedire agli Stati Uniti di chiudere rapidamente il conflitto.
L’Iran usa il caos come levaLa Repubblica islamica arriva alla crisi in una posizione di debolezza e non può sostenere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La strategia consiste quindi nel rendere la guerra costosa per tutti: instabilità regionale, tensioni nei paesi del Golfo e pressione sui mercati energetici.
L’energia torna al centro della geopoliticaOgni escalation nel Golfo si riflette immediatamente sui prezzi del petrolio e del gas. L’impatto non è solo economico ma politico: bollette e carburanti più cari mettono sotto pressione governi e opinioni pubbliche occidentali e riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica.
L’Europa resta divisa sulla politica esteraLa tensione tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’UE, evidenzia un problema strutturale: le decisioni strategiche restano nelle mani degli Stati membri. L’Unione europea fatica quindi a esprimere una posizione unica su una crisi come quella iraniana.
Russia e Cina osservano e guadagnano spazioL’aumento dei prezzi dell’energia favorisce economicamente la Russia e rischia di spostare l’attenzione internazionale dall’Ucraina. La Cina, invece, beneficia del fatto che gli Stati Uniti tornino a concentrarsi sul Medio Oriente, rallentando la pressione strategica americana sull’Indo-Pacifico.
Per approfondire: https://appunti.substack.com/
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Mar 4, 2026 • 1h 6min
Cosa vogliono Israele e gli Stati Uniti dalla guerra in Iran
L’appuntamento di Appunti di Geopolitica: una diretta Substack con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
In questo episodio:
Guerra “regionale” e guerra “americana” La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale.
Trump come sintomo, non come causa Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore.
Troppe “spiegazioni” per essere una strategia Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo?
La guerra che prende vita propria L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica.
Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica.
Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato” La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale.
Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen?
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Feb 26, 2026 • 1h 5min
Appunti di Geopolitica - Come si va in guerra
Questo episodio discute il nuovo libro di Manlio Graziano Come si va in Guerra, appena uscito per Mondadori.
In questo episodio:
La guerra è il risultato di una sequenza di scelte politiche, non un evento improvviso.I conflitti armati non iniziano per errore né per automatismi incontrollabili. Sono l’esito di processi lunghi, in cui si accumulano decisioni, omissioni, segnali ignorati e valutazioni strategiche distorte. Gli Stati entrano in guerra quando giudicano che il costo dell’inazione sia superiore a quello dell’uso della forza, anche se questa valutazione si basa spesso su aspettative irrealistiche. La guerra nasce quindi da una razionalità politica imperfetta, non dall’irrazionalità.
Le strutture contano più delle intenzioni dei leader.Dietro le giustificazioni ufficiali – sicurezza, deterrenza, difesa dei valori – operano fattori strutturali profondi: squilibri di potere, dinamiche demografiche, vincoli economici, alleanze rigide, sistemi di sicurezza che non assorbono più le crisi. In questi contesti lo spazio per il compromesso si restringe progressivamente, fino a rendere il conflitto l’esito più probabile. Le decisioni individuali pesano, ma sono fortemente condizionate da contesti che spingono verso l’escalation.
Fare la guerra è prima di tutto una questione di capacità organizzativa e industriale.La capacità militare non si misura solo in tecnologia o armamenti avanzati, ma nella possibilità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Produzione industriale, logistica, scorte, addestramento, consenso interno e resilienza economica diventano fattori decisivi. Le guerre contemporanee mostrano il fallimento dell’idea di conflitti rapidi e “puliti”: chi regge è chi dispone di strutture statali e industriali solide, non chi punta sull’effetto sorpresa.
Comprendere come si arriva alla guerra è una condizione per evitarla.Se il conflitto è il prodotto di dinamiche riconoscibili, può essere almeno in parte prevenuto. Questo richiede classi dirigenti capaci di leggere i segnali precoci, sistemi politici meno permeabili alla retorica bellicista e un ritorno al realismo nelle relazioni internazionali. Ignorare i meccanismi che portano alla guerra significa accorgersene solo quando le opzioni si sono già drasticamente ridotte.
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Feb 20, 2026 • 1h 6min
Appunti di libri: Guerre giuste e ingiuste - con Michael Walzer
Michael Walzer è uno dei più influenti filosofi viventi: Garzanti ha appena pubblicato, con ottimo tempismo, una nuova edizione italiana del suo libro più importante del 1977, Guerre giuste e ingiuste - Una discussione morale con esempi storici.
In quasi 500 pagine, Walzer discute perché esistono guerre giuste e guerre ingiuste, e come si possano combattere in modo giusto guerre ingiuste o in modo ingiusto guerre giuste (riprendendo la distinzione tra ius ad bellum e ius in bello).
Come spiega all’inizio di questa nostra conversazione, in inglese, le radici del libro affondano nella sua esperienza personale: Walzer, oggi novantenne, da bambino vede combattere la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e si rende conto dell’impossibilità di professare un pacifismo integrale.
Tra i temi discussi nella chiacchierata:
Per chi combatte o per chi subisce la guerra, c’è una differenza morale tra morire in una guerra giusta e morire in una guerra ingiusta?
La Russia è moralmente nel torto solo perché ha iniziato la guerra in Ucraina, o anche per il modo in cui la conduce?
La distinzione tra guerre giuste e ingiuste funziona ancora per i conflitti contemporanei (terrorismo, guerre asimmetriche, interventi “umanitari”, rivalità tra grandi potenze e guerre per procura), oppure va aggiornata?
Come si applica questa distinzione alla guerra di Israele a Gaza e che implicazioni ha?
L’aggressione è il nome che diamo al crimine della guerra. Riconosciamo questo crimine grazie alla nostra conoscenza della pace che esso interrompe — non la mera assenza di combattimenti, ma una pace con diritti, una condizione di libertà e sicurezza che può esistere solo in assenza dell’aggressione stessa. Il torto che l’aggressore commette consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la propria vita per difendere i propri diritti. Li pone di fronte a una scelta: i vostri diritti oppure (una parte delle) vostre vite
Michael Walzer
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Feb 17, 2026 • 58min
Dall'India al Medio Oriente, nuove alleanze nel tempo di Trump
In questa puntata, eccezionalmente in inglese, interviene anche Mariam Qureshi, analista dello Spykman Center basata in Pakistan, che è ormai una firma ben nota al pubblico di Appunti di Geopolitica.
In questo episodio:
MULTI-ALLINEAMENTO. L’India come potenza “non allineata 2.0”: strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Russia, Unione europea e Paesi del Golfo per massimizzare autonomia strategica, sicurezza e vantaggi economici in un ordine internazionale frammentato.
CRISI CONNESSE. Interdipendenza crescente tra Sud Asia e Medio Oriente: rivalità India–Pakistan, competizione con la Cina, Kashmir e risorse idriche che si intrecciano con il ruolo geopolitico di Emirati e Arabia Saudita come attori regionali e globali.
ISTITUZIONI IN DECLINO. Erosione del multilateralismo tradizionale: Nato e Nazioni Unite sotto pressione, nuove architetture ad hoc come il “Board of Peace”, e un contesto in cui l’Europa è spinta a ripensare ruolo, alleanze e capacità strategiche.
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Feb 11, 2026 • 48min
Appunti di Libri: Capitalismo feudale - con Roberto Seghetti
Roberto Seghetti è una delle firme più apprezzate di Appunti, con i suoi articoli sulla politica economica, sul fisco e sulle trasformazioni dell’economia.
Per Laterza ha appena pubblicato un libro importante che presentiamo in questo video: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972.
In questo episodio si parla di:
A cosa servono i ricchi? E davvero dobbiamo cercare di attirarli con incentivi fiscali?
Cosa c’è di diverso in questa nuova generazione di tecno-oligarchi ostili alla democrazia?
Una certa uguaglianza tra cittadini è la premessa per la libertà?
I partiti di sinistra da dove dovrebbero cominciare per contrastare questa deriva feudale delle nostre società?
Roberto Seghetti
Roberto Seghetti, giornalista, ha lavorato per Agi, “Paese Sera”, “Il Messaggero” e “Panorama” occupandosi di economia. È stato dirigente del sindacato dei giornalisti e, durante il secondo governo Prodi, portavoce al ministero dell’Economia per la parte Finanze. Ha insegnato nel master di giornalismo della Lumsa, diventandone direttore. Durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani è stato capo dell’ufficio stampa del PD. Tra le sue pubblicazioni, La bussola dell’informazione (Franco Angeli 1998) e Le tasse sono utili (Nutrimenti 2024).
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